23-Novembre-2002 Val Darengo |
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| Avevo deciso di staccare dal lavoro. Dovevo ricaricarmi. Decisi con Adriano di partire per la Capanna Como. Il tempo era pessimo. Telefonammo a Livo per le chiavi del rifugio. Ci sconsigliarono vivamente di partire, su cera la neve e le previsioni davano brutto tempo. Io e Adriano ci guardammo e partimmo lo stesso: meglio così, forse il brutto tempo dava un tocco di avventura, quello che cercavamo. Arrivammo a Livo e passammo a ritirare le chiavi. La signora che ci consegnò le chiavi ci sconsigliò di nuovo di partire e ci disse che la responsabilità sarebbe stata nostra per qualunque cosa fosse successa. Sono le 4 del pomeriggio quando ci incamminiamo e nessuno di noi due è mai stato prima al rifugio. Il cielo è plumbeo, carico di pioggia, comunque negli zaini abbiamo tutto, o quasi. Per arrivare a destinazione ci vogliono circa tre ore e mezza con condizioni meteo buone. Dopo circa unora di salita costante arriviamo a Baggio, dopo unaltra mezzora di cammino in questa valle di selvaggia bellezza, in cui non incontriamo anima viva, inizia a piovere. Sono ormai le 17.30, è buio, così accendiamo le nostre torce elettriche. Ci alziamo ancora un centinaio di metri di quota e troviamo la neve, così le segnalazioni rosse del sentiero si fanno sempre più rare, fino a scomparire definitivamente sotto la coltre bianca. Sempre più spesso dobbiamo fermarci a cercare la via fra la neve. Sulla nostra destra scorre impetuoso il torrente Livo. Passiamo un tratto pericoloso su una frana, al buio, con il torrente cinque metri sotto di noi. Io passo tranquillamente; Adriano, pur facendo il mio stesso passaggio rischia di cadere su una pietra che probabilmente avevo mosso io precedentemente. Sono le 18.30, nevica e continuiamo a perdere il sentiero. Gli scarponi sono ormai fradici. Alle 19.00 incontriamo un cartello: lago Darengo a sinistra, rifugio Pianezza a destra. Alle 19.30 troviamo un altro cartello: 30 minuti al rifugio Como. Rinfrancati, riprendiamo il cammino: ci manca lultima mezzora, dislivello 350 metri. Da adesso in poi è stata una vera avventura. Il sentiero è completamente sparito, la neve cade fitta e noi sprofondiamo fino alle ginocchia. Attraversiamo, salendo, una miriade di rigagnoli dacqua. Ormai stanchi, non li guardiamo neppure: ci entriamo in pieno, con gli scarponi inzuppati. E un susseguirsi di saliscendi, non riusciamo a trovare la direzione giusta, troviamo sempre un ostacolo che ci impedisce di salire, così si ridiscende, spostandosi sempre più verso destra. Finalmente eccola, gridiamo nel buio, intravediamo in lontananza unombra a forma di baita. Ci vuole mezzora per raggiungerla, nella neve alta. Finalmente ci siamo, ma a dieci metri ci accorgiamo che era un grosso masso! Che delusione, e con essa le fatica e la stanchezza raddoppiano. Siamo scoraggiati, le pile ormai si stanno esaurendo. Decidiamo di salire ancora, sono le 22.30 e ormai sono passate tre ore da quando abbiamo visto lultimo cartello che dava il rifugio a 30 minuti. Con fatica arriviamo sotto il costone della montagna. Più su di così non si può, ma del rifugio nemmeno lombra. Ci fermiamo per decidere il da farsi. Siamo stanchi, tesi e un po nervosi. Adriano vuole andare a destra, io dalla parte opposta. Discutiamo e ci convinciamo che la cosa più giusta è tornare indietro. Una pila è completamente scarica, latra quasi, se sbagliamo ancora direzione la situazione si fa un po critica. Forse critica lo è già adesso: ci siamo fermati 5 minuti e il freddo ci ha preso subito: non so Adriano, ma io sono quasi al limite. Siamo fradici, intirizziti dal freddo, in piena notte e con la prima casa abitata ad almeno tre ore di cammino. Pian piano ridiscendiamo. Spesso la neve nasconde buche: cadiamo, ci rialziamo e proseguiamo. Troviamo delle tracce fresche, forse di lupo. Arriviamo al primo bivio dopo circa 40 minuti: in zona ci dovrebbero essere delle baite chiuse, ma non le troviamo. Scendiamo ancora 15 minuti e troviamo una baita che destate viene adibita al ricovero delle bestie. La forziamo ed entriamo. Con quel po di luce che ci rimane illuminiamo linterno: è pieno di cacca di topi, ma non ci importa. Siamo troppo stanchi per dare importanza a queste cose. Accendiamo subito un fuoco grazie alla legna che Adriano aveva scrupolosamente portato nel suo zaino. Ci togliamo subito i vestiti bagnati. Finalmente cè il fuoco che ci riscalda. Vi assicuro che quel posto era veramente una topaia, ma è stato veramente un colpo di fortuna. Appendiamo i vestiti inzuppati alla bene meglio. Ripuliamo il pavimento dagli escrementi, stendiamo un telo e sopra ci mettiamo i sacchi a pelo. Prepariamo da mangiare e beviamo una bella bottiglia di bonarda. Dobbiamo comunque tenere la porta socchiusa per fare uscire il fumo, dato che allinterno non cera un camino ed il fumo ristagnava nella baita. Dovevamo stare carponi per mangiare e parlare, dato che il fumo, a un metro da terra, ci intossicava. Sono circa le due del mattino quando ci addormentiamo. Mentre io mi addormento, Adriano è sulluscio che beve lultimo goccio di vino e fuma una sigaretta. Dormiamo fino alle sei del mattino. Appena svegliati, ravviviamo il fuoco e prepariamo un buon latte con i biscotti. Prepariamo gli zaini e ci incamminiamo verso valle. Ha smesso di piovere, ma il cielo è coperto. Sulla strada del ritorno ripenso a quello che abbiamo appena fatto e anche ai rischi passati , alla fatica, al disagio, al freddo e alla paura mentale che a volte ti fa sragionare. Arriviamo alla macchina, dopo che ha ripreso a piovere a dirotto. E qui finisce la nostra piccola grande avventura. E sono contento di averla condivisa con Adriano. Per questo lo ringrazio di essere venuto. Stefano P.S.: io penso che queste cose rinfrancano e aumentano sempre più i legami di amicizia. Ed è su questi legami che abbiamo fondato il gruppo dei Trittoni Marini. Ciao, alla prossima!!! |
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